Parte il cross e dall’altra parte della metà campo una coda color ora svolazzante, sfiora il pallone e l’Italia è riunita davanti a Rai 1 con il fiato sospeso: sugli schermi più affezionati della TV, la prima reta ammiraglia, quella che ha guidato, per anni sola, l’immaginario culturale italiano c’è la nazionale di calcio femminile.
Italia – Brasile, come non ce l’aspettavamo, è vero, con i calzoncini corti che sembrano troppo larghi e le giocatrici che scuotono appena la testa in segno di dissenso quando l’arbitro rema contro e, a noi, abituati ad invettive decisamente più maschie, sembra una partita diversa, ma bella…
Ed in fondo, poi, la tensione e la speranza accese da un calcio di punizione, sono le stesse, ci abituiamo come magicamente fa lo sport a guardare attraverso l’apparenza delle persone, dimenticando la distinzione di genere, attraverso un gesto, un’inquadratura, avidi di leggere l’anima palpitante di una calciatrice, lo stato d’animo che un battito di ciglia ci trasmette.
Il calcio femminile è indubbio, oramai, sta crescendo tantissimo al ritmo di quante persone conquista. Dopo la delusione dei mondiali di calcio maschile, quando abbiamo appreso della qualificazione delle ragazze per i mondiali di Francia 2019 a molti di noi è sembrata una vittoria di Pirro: dopo averle viste giocare contro l’Australia e la Giamaica, quasi tutti siamo stati trasportati da una gioia collettiva indiscussa, al grido: “sono brave!” Sono atlete che competono infatti agli stessi livelli dei colleghi maschi ma non erano mai state la “Nostra Nazionale” e dunque, d’istinto, questa ovvietà ci era sfuggita.
A detta dei cronisti, si tratta di un calcio dove regna il fair play, le simulazioni sono quasi assenti e la tecnica è dominante sulla potenza: tutti ingredienti che lo rendono spettacolare.
Ma non serve tracciare differenze e assegnare spunte di vittoria in un caso o nell’altro, atleti femminili o maschili, perché non si può parlare del calcio femminile per differenza rispetto a quello maschile: è un errore che si è fatto in molti casi con le donne, dall’anatomia ai dogmi culturali e non è possibile proseguire su questa strada. Meglio godersi la partita.
La Uefa d’altronde ha chiesto a tutte le federazioni nazionali di investire sul movimento femminile due anni fa, finanziandone economicamente lo sviluppo, perché ha capito che potenzialità ci fossero. La Figc due anni fa ha chiesto ai club di creare divisioni femminili in serie A, come nei vivai. Se pensiamo che c’è stato un tempo in cui ci le donne, per allenarsi, dovevano farlo in squadre miste perché non riuscivano neanche a raggiungere il numero standard, pensiamo che passi di gigante sono stati fatti. Gli investimenti hanno portato a “far girare” il calcio femminile ai livelli di preparazione tecnica, infrastrutture, competitività di quello maschile, hanno creato spazi professionisti per tutte le bambine che fino a qualche anno fa potevano provarci, sì, ma sognare un po’ meno in grande.
Le opportunità si stanno livellando anche in presenza di squilibri paradossali come l’impossibilità ad oggi per le donne, nel calcio, di entrare nel professionismo sportivo. Naturalmente, è una distinzione di fatto, non c’è alcuna legge che introduce esplicitamente una discriminante ma non ce n’è neanche una che la abbatte. Bisognerebbe rivedere la legge n. 91 del 1981 sul professionismo sportivo che tacitamente le esclude, e speriamo davvero che il prossimo assist giocato sarà sul campo neutro delle aule parlamentari dove donne e uomini insieme saranno in grado di pensare non da donne e uomini ma da sportive e sportivi.